Darwin

Dalla teologia naturale al trasformismo lamarckiano: Brez, Goante, Bonelli.


Appartenente ad una famiglia di notabili della Val Pellice, Jacques Brez nasce nel 1771, figlio di Jean Pierre, notaio a San Giovanni. Studente della Scuola Latina, sviluppa un precoce interesse per gli studi naturalistici e, in particolare, per il mondo degli insetti. Grazie ad una borsa di studio, nel 1786 va a studiare teologia all’Accademia di Losanna, ma numerosi contrasti con gli insegnanti e la sua dominante passione per le scienze naturali gli impediscono un regolare corso di studi per diventare pastore. Durante i periodi estivi, trascorsi a Torre Pellice, si lega di amicizia con Jean Pierre Goante.


Nel 1788, grazie all’interessamento del suo segretario, J.P. Barthout van Berchem, diventa allievo (poi conservatore delle collezioni) della Société des Sciences Physiques di Losanna, che pubblica nel 1790 una sua comunicazione di carattere entomologico, Observations entomologiques sur une larve de staphilin.


Entra in corrispondenza con Charles Bonnet (1720-1793) che, insieme a Jean Senebier, sarà il suo principale consigliere e maestro. Charles Bonnet, naturalista e filosofo ginevrino, ebbe una profonda influenza sul pensiero scientifico del Settecento. I suoi studi sulla capacità di rigenerazione dei vermi d’acqua dolce e sulla partenogenesi degli afidi sembravano confermare la teoria preformista della generazione, contro l’ipotesi epigenetista di Buffon. A Charles Bonnet si deve anche una delle formulazioni più tipiche per il XVIII secolo dell’immagine di una “scala degli esseri naturali”, continua, progressiva e gerarchica, dalla materia inorganica fino all’uomo (suscitando, tra l’altro, la sarcastica reazione di Voltaire). Molto noti sono anche i suoi rapporti con Lazzaro Spallanzani.


Nel 1789 si trasferisce a Ginevra, mantenendosi con lezioni private. Nel giugno del 1790 parte per Utrecht, nei Paesi Bassi, dove esercita la professione di precettore presso la famiglia Nepveu. Nel 1791 pubblica la sua principale opera scientifica, La Flore des insectophiles, précédée d’un discours sur l’utilité des insectes e de l’étude de l’insectologie. Nel 1792, presso lo stesso editore Wild & Altheer, viene data alle stampe una sua opera pedagogica, i Voyages interessants pour l’instruction et l’amusement de la jeunesse, che mostra l’influenza di Rousseau e di Raynal.


Nell’inverno 1794-95 gli eserciti francesi occupano i Paesi Bassi e viene costituita la Repubblica batava. Brez inizia la sua collaborazione al Magasin Encyclopédique, ou Journal des Sciences, des Lettres et des Arts, una rassegna in cui comparvero alcuni suoi contributi, tra cui anche, nel 1796, Sur les araignées, una appassionata difesa dei ragni, contro i pregiudizi popolari.


Di questo periodo sono anche alcuni contributi di carattere storico e politico. Nel 1796 pubblica a Parigi le prime due parti della sua Histoire des Vaudois (la terza parte rimarrà invece inedita) che contiene, tra l’altro, anche un interessante “piano di studi” per la costruzione di un collegio nelle valli valdesi. Stringe rapporti culturali e politici con il ministro plenipotenziario francese presso la repubblica batava, François Noël. Invia al Direttorio una lettera con l’invito ad intervenire in difesa dei valdesi del Piemonte. Sempre nel 1796 viene consacrato e diventa pastore a Middelburg (Zelanda). Sposa Wilhelmine Cornélie Goltz, da cui ha una figlia. Membro delle società scientifiche di Parigi, Torino, Utrecht e Losanna, muore a Middelburg nel 1798.


La Flore des insectophiles, è stata definita dall’entomologo contemporaneo A. Goidanich un “primo valido esempio di Ecologia entomatica a livello europeo”. L’opera si apre con un Préambule, in cui l’autore accenna alla nascita della sua passione per l’entomologia, ricostruisce la sua formazione scientifica (soprattutto legata all’ambiente ginevrino), traccia un piano dell’opera (delle 13 parti previste realizzerà solo quella pubblicata) e chiarifica il suo debito rispetto alla nomenclatura di Linneo e ai Mémoires pour servir à l’histoire des insectes di Réaumur. Segue un Discours sur l’utilité des insectes et l’etude de leur histoire, suddiviso in tre parti, in cui la materia trattata è considerata relativamente all’économie de la nature, all’économie domestique et aux arts, alla Philosophie. Segue un corredo di note esplicative a chiarimento del testo, di cui è particolarmente significativa la sesta, Sur les nomenclatures, les systèmes et leur insuffisance. Inizia poi l’opera vera e propria, la Flore insectologique ou Enumération méthodique des plantes , arbres et arbustes, qui servent de nourriture et d’abitation aux Insectes; et à la suite de la dènomination de ces plantes et c. le catalogue des insectes particuliers à chacune d’elles. Le tout suivant la nomenclature Linneenne, che (sempre secondo Goidanich) contiene “un elenco di vegatali ordinati sistematicamente col metodo linneano, al modo dei contemporanei, ed accompagnato doviziosamente dai relativi Insetti ospiti, ricavato dai testi classici ma arricchito da osservazioni personali”.


Le parti iniziali e più teoriche della Flore sono importanti per chiarire la posizione dell’autore nel dibattito scientifico contemporaneo. Non si troverà, però, nello scritto di Brez una trattazione approfondita delle grandi questioni che attraversano il XVIII secolo, come ad esempio il problema della generazione che aveva visto protagonisti Lazzaro Spallanzani e Charles Bonnet. Forse questi temi sarebbero stati affrontati nelle parti successive dell’opera in progetto, mai realizzate per la fine prematura dell’autore e per l’urgenza dei nuovi problemi posti dal contesto rivoluzionario di fine Settecento. Negli anni 1790-91 (quelli in cui è avvenuta la stesura della Flore), Brez è ancora sotto l’influenza dell’ambiente scientifico ginevrino e soprattutto di Charles Bonnet, per cui si propone di affrontare un tema forse meno di “rottura”, ma per noi ugualmente importante per chiarire la sua posizione. Questo tema è quello dei sistemi di classificazione e, in particolare, del Systema naturae di Linneo.


Ci troviamo in un momento cruciale della storia del pensiero scientifico, all’incrocio di una serie di problematiche che sembrano sovrapporsi e talvolta contraddirsi. La crisi del meccanicismo (e del mito della semplicità e uniformità della natura) riporta l’attenzione su regioni della realtà naturale in cui si scopre una sconvolgente proliferazione di forme e funzioni. Lo straordinario polimorfismo del mondo degli insetti diventa un terreno di ricerca privilegiato e i Mémoires pour servir à l’histoire des insectes (1734-42) di Réaumur, così come i più di 4.000 muscoli del bruco descritto da Lyonet nel Traité anatomique del la Chenille qui ronge le bois de Saule (1760), diventano sostegno per la trattatistica della “teologia naturale” (innumerevoli “teologie degli insetti” vengono pubblicate in questo periodo).


Come è stato detto dallo storico della scienza W. Bernardi, “ogni più insignificante e marginale dettaglio della natura, tratto soprattutto dalla vita degli insetti e dall’ossessionante  riscontro di meravigliose sincronie tra organi e funzioni, venne utilizzato per dimostrare la ssaggezza e la benevolenza di Dio. La fiducia nell’accordo tra ragione e fede sembrava garantire la scienza da ogni pericolo di ateismo. La mistica spesso ingenua delle meraviglie della natura finì così per apparire come la conseguenza diretta di un atteggiamento culturale e scientifico che, dopo il crollo delle audacie razionalistiche cartesiane, mostrava di non credere più al potere della ragione di dominare i segreti della realtà, ma ripiegava verso un prudente agnosticismo che assegnava allo scienziato il compito precipuo di descrivere e ammirare le bellezze del creato”. È proprio in questo ambiente di “scienza curiosa”, di “cercatori di fatti” (come Réaumur e Lyonet) e di “contemplazioni della natura” (come in Bonnet) che si colloca la Flore di Brez ed è a partire da esso che si può comprendere il suo fastidio per il “mondo piccolo” che Linneo pretendeva di rinchiudere nella gabbia schematica del suo Systema naturae.


Oltre a questa presenza dominante della teologia naturale, nella Flore di Brez comincia però a farsi strada, proprio in relazione alla critica agli eccessivi schematismi, staticità e rigidità dei sistemi di classificazione, il richiamo esplicito ad un altro dei suoi maestri (accanto a Réaumur e Bonnet) e cioè a Buffon. Georges-Louis Leclerc de Buffon (1707-1788), da alcuni considerato come l’iniziatore della “stagione” dell’evoluzionismo in Francia, aveva criticato i metodi di classificazione in botanica e zoologia in quanto gli apparivano arbitrari e non fondati su una teoria della conoscenza sufficientemente solida. Il suo punto di partenza è invece una radicale distinzione (sul piano gnoseologico) tra spirito umano e natura, per cui ogni tipo di classificazione non può che essere convenzionale (De la manière d’étudier et de traiter l’histoire naturelle, 1749). Buffon diffida dei tentativi di “dare ordine” alla natura (come in Linneo) ed è piuttosto interessato (e qui sta forse il fattore di maggiore “modernità” ed interesse della sua opera) alla descrizione dell’attività generativa e delle interdipendenze organiche. Questi presupposti lo portano a parlare di una storia della vita sulla Terra, di cui le specie attuali (compreso l’uomo) sono il risultato. Nel manoscritto dell’opera poi pubblicata con il titolo Epoques de la nature (1779), questa visione dinamica della natura ha come conseguenza un’espansione della sua valutazione del tempo geologico, calcolato ormai in milioni di anni (in evidente difformità dalla cronologia biblica). Siamo finalmente, con Buffon, a quell’”irruzione del fattore tempo nella storia naturale” che apre la strada al nuovo paradigma evoluzionistico.


Brez prende spunto da Buffon soprattutto per la sua polemica contro i nomenclatori e i costruttori di sistemi che, a suo giudizio, hanno provocato un vero e proprio arresto nel progresso degli studi (in questo caso entomologici) e che sono destinati ad essere sconquassati dal sempre maggior numero di nuovi “Esseri” che le ricerche sul campo e le esplorazioni geografiche riversano sul tavolo degli scienziati. Citando una lettera di Philibert Commerson, membro della spedizione di Bougainville, Brez sottolinea soprattutto una frase: “ Il faut donc regarder tous les sistemes faits et à faire encore pendant longtems, comme autant des procés verbaux des différens états de pauvreté ou en étaient la science et l’auteur, a l’époque de son système”. Anche se Brez non pare rendersi conto che il successo del Systema naturae di Linneo è dovuto proprio alla sua “maneggevolezza” (tanto da trovare seguaci entusiasti tra entomologi e botanici), questa sottolineatura convenzionalista dei sistemi come “procés verbaux” sembra dunque avvicinarlo a concezioni mutuate da Buffon che, insieme a Rousseau e Raynal, costituisce in questo periodo una delle sue “lectures d’affection”. Sembra così aprirsi per Brez una nuova fase del suo lavoro scientifico, documentata non tanto da nuove ricerche entomologiche, quanto dalla relativa “radicalizzazione” dei suoi interessi, nei quali l’originaria e prevalente influenza di Bonnet e dell’ambiente ginevrino è sostituita da quella della cultura scientifica della Francia del Direttorio.


Jacques Brez riconosce che il suo interesse per gli studi naturalistici e, in particolare, per il meraviglioso mondo degli insetti era iniziato a partire dalle giovanili “promenades” in Val Pellice in compagnia di Jean Pierre Goante. Nella prefazione alla sua Flore des insectophiles ricorda di aver avuto “le bonheur de m’y lier intimément avec un amateur distinguè, M. J.P. Goante, le premier qui se soit appliqué à connaitre les productions naturelles de notre pays”.


Nato a Torre Pellice nel 1734, J.P. Goante apparteneva ad una famiglia di proprietari e negozianti, ma anche di cerusici e speziali, ben inserita nella rete dei notabili locali. Nel 1767 Goante subentra a Bonafous di Carmagnola come socio nella manifattura di seta fondata da Paolo Vertù, Giovan Pietro Brez e altri. Nel 1773 partecipa con la delegazione valdese all’udienza concessa in occasione della salita al trono di Vittorio Amedeo III. La sua professione era quella di “negoziante di cocchetti”, cioè della materia prima per la fiorente industria serica dello stato sabaudo. Capitano, poi maggiore delle milizie valdesi a partire dal 1793, Goante è coinvolto nelle vicende politico-militari che porteranno alla crisi dello stato sabaudo e alla costituzione di un governo provvisorio. Dopo le operazioni militari in alta Val Pellice del 1794, viene arrestato con Giacomo Marauda; tra 1798 e 1799 è presidente delle prima municipalità di Torre Pellice del “periodo francese”. La sua vita si chiude a settant’anni, il 27 Ventoso dell’anno XII della Repubblica (18 marzo 1804), alla vigilia della proclamazione dell’impero napoleonico.


Pur nella sua relativa marginalità, la vicenda di Goante appare per certi versi emblematica dell’evoluzione economica, politica e culturale delle Valli Valdesi tra antico regime ed età napoleonica, soprattutto in relazione al progressivo rafforzarsi di un ceto medio imprenditoriale fortemente interessato all’abolizione dei privilegi e delle discriminazioni, molto attivo sul piano economico e culturale, sostenuto da una robusta rete di rapporti internazionali e con la capitale sabauda. Tra le altre, una occasione di promozione sociale, ma anche di relazione con l’aristocrazia “illuminata”, protagonista dell’ultima stagione del riformismo sabaudo, era l’attività scientifica, in particolare in relazione alle attività dell’Accademia delle Scienze di Torino, una istituzione basata, come ha scritto G.P. Romagnani, su una “ideologia meritocratica fondata sul riconoscimento del valore e delle capacità intellettuali come solo metro di giudizio per valutare gli individui, indipendentemente dalla loro origine sociale”.


A partire dal novembre del 1789, J.P. Goante è “membro corrispondente” dell’Accademia delle Scienze di Torino; questa qualifica veniva attribuita in modo piuttosto selettivo, soltanto a quegli studiosi che si impegnavano a garantire una corrispondenza regolare con i soci effettivi (di solito appartenenti alla élite scientifica e culturale), che avrebbero riferito in assemblea delle comunicazioni ricevute. L’archivio dell’Accademia conserva quattro relazioni descrittive e nove lettere di Goante (comprese tra il maggio 1789 e il dicembre 1790), tutte indirizzate all’allora presidente Carlo Lodovico Morozzo di Bianzè e in gran parte dedicate alle sue ricerche di carattere ornitologico.


Questa attività è anche documentata da un grosso volume “in folio atlantico” (sempre all’Accademia di Torino) dal titolo Oiseaux du Piémont dessinés et coloriés, una raccolta (tutt’ora inedita) di 131 tavole di grande formato, disegnate e acquerellate, che rappresentano un gran numero di specie di Uccelli appartenenti al bacino del Pellice, dall’area alpina fino alla pianura. La successione delle tavole è strutturata secondo un ordine ricorrente nelle opere ornitologiche del tempo, ripreso dalle opere di Buffon: rapaci diurni (tavole 1-6), rapaci notturni (7-10), specie di vari ambienti, dall’alta montagna alla pianura (11-102), specie acquatiche e delle zone umide (103-131).


Nelle lettere e nelle relazioni di Goante si descrivono le attività di questo brillante naturalista “dilettante”, i suoi rapporti con altre istituzioni scientifiche europee, il disagio per il tempo che necessariamente doveva dedicare alle attività di imprenditore, l’organizzazione delle catture di nuove specie con una squadra di cacciatori al suo servizio.

In questo periodo doveva essere anche piuttosto intensa l’attività di raccolta di esemplari di Insetti, che inviava ad una serie di corrispondenti in Europa (“les insectes dont je fais collection et qui m’obligent à des correspondances”). L’attività entomologica di Goante non doveva essere trascurabile, se il naturalista tedesco Eugenius Johann Christoph Esper (1742-1810) attribuirà nel 1802 il nome specifico goante a un Lepidottero del genere Erebia.


Le specie di Uccelli che Goante descrive o a cui accenna nelle sue lettere e relazioni sono molteplici e di un certo interesse anche in una prospettiva contemporanea: il Gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus), alcune cicogne, un piccolo Tetraonide, il Francolino di monte (Bonasa bonasia), vari rapaci notturni, una gru, “une aigle extraordinaire qui varie de ceux que Mr. De Buffon nous à donné la description”, fino a un Capovaccaio (Neophron percnopterus), “tué d’un coup de fusil au dessous des vignobles de Prarostin”, e a un Gipeto (Gypaetus barbatus), anch’esso “tué d’un coup de fusil par un homme qui allait à la chasse du perdrix au midi de Castelus petite élévation au pied des Alpes à deux milles de la Tour”.


Sono soprattutto quelle del Gipeto e del Francolino di monte le segnalazioni che, da un punto di vista ornitologico, rivestono oggi un certo interesse. Il primo è senza dubbio l’uccello più grande d’Europa: legato ai sistemi montuosi, il Gipeto è una specie notevolmente “specializzata” dal punto di vista evolutivo, ai primi posti nella piramide ecologica e agli ultimi nella catena alimentare, basandosi sullo sfruttamento delle ossa delle carogne, soprattutto di ungulati selvatici e domestici. Quantitativamente ridimensionato fino alle soglie dell’estinzione, in quanto oggetto di una caccia spietata (l’ultimo esemplare presente nelle Alpi italiane venne abbattuto in Val di Rhêmes nel 1913), grazie ai progetti internazionali di reintroduzione il Gipeto ha ripreso a frequentare i cieli delle Valli Valdesi, a più di due secoli dalla relazione di Goante. La segnalazione del Francolino di monte rappresenta , per questo Tetraonide, con ogni probabilità il limite occidentale del suo areale “storico” di diffusione.


Le descrizioni e gli esemplari raccolti da Goante verranno utilizzati da Franco Andrea Bonelli (1784-1830) per le sue ricerche ornitologiche, documentate soprattutto nel Catalogue des Oiseaux du Piémont (1811). Lo zoologo torinese (insieme a C. Lessona, F.C. Marmocchi, G. Sangiovanni e G. Santucci) fu tra i primi a diffondere in Italia le idee di Jean Baptiste de Lamarck. Bonelli fu in contatto con i maggiori naturalisti del suo tempo e, a Parigi, ebbe rapporti diretti, oltre che con Lamarck, anche con Cuvier, Geoffroy e Humboldt. Come scrive in una lettera al fratello: “Oggi ho fatto una visita al signor Lamarck il quale, avendomi trovato partigiano di alcune sue idee, mi si affezionò particolarmente, m’istruisce sopra molte cose, e mi accorda grandi facilità per istudiare gli animali invertebrati”.

Questa stima e questi appoggi portarono Bonelli ad essere nominato professore alla cattedra di zoologia dell’ateneo torinese, che tenne dal 1811 fino alla sua morte, nel 1830. L’attività accademica di Bonelli ebbe un’impronta chiaramente evoluzionistica (sempre nel senso del trasformismo lamarckiano), senza trovare le opposizioni che dovrà affrontare la generazione successiva degli evoluzionisti (in particolare Filippo De Filippi), grazie soprattutto al clima di ampia libertà di ricerca del periodo napoleonico, ma anche grazie alla sua sagacia e abilità “diplomatica (che gli sarà utile nei difficili anni della restaurazione). L’influenza di Bonelli fu molto grande su un’intera generazione di naturalisti e uomini di scienza, aprendo la strada alla diffusione, qualche decennio più tardi, delle idee dell’evoluzionismo darwiniano.

mostra conclusa

Inaugurazione 

sabato 30 maggio 2009 ore 15

mostra conclusa

 
 

Samuel BUTLER (1835-1902).


Ai margini del dibattito sul darwinismo nella seconda metà dell’Ottocento troviamo un personaggio dalla natura indipendente e programmaticamente “eretica”, che ricordiamo anche perché, in uno dei suoi viaggi, visita Pinerolo ma non, come vedremo, le valli vicine. Il suo amore per il versante italiano delle Alpi e per la sua gente è assoluto, ben documentato in Alpi e santuari del Piemonte e del Canton Ticino (1882). L’economia ancora primitiva, la spontaneità della gente, una ricca cultura materiale, un naturale senso estetico, l’arte religiosa e, non ultima, l’ingenua semplicità del clero cattolico lo affascinano profondamente. La sua preoccupazione maggiore è quella di essere scambiato per uno di quei turisti anglosassoni che volevano “portare la civiltà” o, ancor peggio, convertire alla loro religione con zelo settario e distribuzione di opuscoli. La sua sorpresa sarà grande quando scoprirà che, presso Pinerolo, esisteva un luogo chiamato “La Torre Pellice” che, anche solo a pronunciarne il nome, si rizzano i capelli in testa ai preti, in quanto quartier generale del protestantesimo italiano. Un luogo in cui sono anche presenti gli inglesi e i cui abitanti “pur essendo italiani, distribuiscono opuscoli né più né meno di quanto facciamo noi”. Di qui la sua decisione (unico forse tra i viaggiatori contemporanei) di non recarsi neppur di sfuggita in Val Pellice.

Samuel Butler aveva rifiutato in gioventù di diventare pastore anglicano (com’era il padre) e aveva preferito emigrare nella lontana Nuova Zelanda per tentare la fortuna come allevatore di pecore. Poco dopo il suo arrivo potè leggere L’origine delle specie di Darwin, di cui divenne entusiasta ammiratore e che contribuì ad allontanarlo definitivamente dal cristianesimo. Come collaboratore del giornale di Christchurch, The Press, redasse due brevi saggi che sviluppano in modo originale alcuni temi dell’evoluzionismo. Il primo, Darwin tra le macchine (1863), affronta il tema cardine delle sue successive opere utopistiche: le macchine come organismi “viventi”, in competizione tale con l’uomo che l’unica alternativa ad una loro ormai certa vittoria è quella di distruggerle. Nel secondo, dall’ironico titolo Lucubratio ebria (1865), modifica in parte questa prospettiva, considerando questa volta le macchine come dei prolungamenti del corpo che potrebbero consentire all’uomo un processo evolutivo più rapido di quello puramente biologico: una metabiologia semiseria applicata alle macchine, con intuizioni che hanno suscitato l’interesse di Marshall McLuhan.


Questi temi verranno sviluppati nelle sue opere più note, Erewhon (1872) e Ritorno in Erewhon (1901), in cui Butler utilizza la struttura del romanzo utopistico per dar corpo a una complessa e paradossale “inversione dei valori”, attraverso la descrizione di una società che, in una terra lontana, ha realizzato una radicale rivoluzione antimacchinista. I suoi soggiorni in Nuova Zelanda e, più tardi, nel canton Ticino e nelle Alpi occidentali italiane gli forniscono le tipologie antropologiche e l’esempio di un’economia a basso contenuto tecnologico. Il nome “Erewhon” non è altro che un anagramma di “nowhere, implicito richiamo alla contemporanea opera utopistica, Notizie da nessun luogo, di William Morris.    


Sono gli anni in cui scoppia anche la controversia con Charles Darwin, documentata da una serie di scritti, come Life and Habit (1878), Evolution, Old and New, or the Theories of Buffon, Dr. Erasmus Darwin and Lamarck compared with that of Mr. Charles Darwin (1879), Unconscious Memory (1880) e Luck or Cunning as a Main Mean of Organic Modification? (1887), nei quali Butler mostra ormai di aver aderito ad una concezione neolamarckiana in cui non c’è alcun spazio per le variazioni casuali, ma la selezione naturale viene concepita operare attraverso lo “sforzo” degli individui di rispondere ai bisogni e agli stimoli percepiti. I comportamenti acquisiti, e gli organi che si sviluppano in corrispondenza, verranno poi trasmessi alla discendenza attraverso la mediazione di una “memoria inconscia”. Viene così costruita una concezione finalistica che vede operare nella realtà naturale una immanente “forza vitale”, collegando Butler ad altri autori che, nello stesso periodo, stavano tentando di estendere la validità dei modelli evoluzionistici anche ai fenomeni culturali e, in particolare, tecnologici, ponendosi però in aperta rottura con Darwin che, invece, non smise mai di affermare che “le variazioni non ereditarie non hanno interesse per noi”.



Filippo DE FILIPPI (1814-1867).


Filippo De Filippi nasce a Milano nel 1814 da una famiglia era di origine piemontese; studia medicina a Pavia e, dopo un breve periodo presso questa università, viene chiamato a svolgere attività didattica presso il Museo Civico di Milano, tenendo lezioni di geologia e zoologia. Nel 1848 è nominato alla cattedra di zoologia dell’Università di Torino, in sostituzione di Giuseppe Genè (1800-1847). L’insegnamento di questa disciplina era strettamente legato, nell’organizzazione universitaria torinese, alla direzione del Museo di Storia Naturale, erede del Gabinetto di Storia Naturale dell’Accademia delle Scienze. Primo direttore del Museo, creato nel 1805 in epoca napoleonica, era stato Michele Spirito Giorna (1741-1809). Suo successore (nominato nel 1811 anche alla cattedra di zoologia) sarà Franco Andrea Bonelli (1784-1830), noto per i suoi studi di ornitologia ed entomologia, che introduce nell’ambiente torinese le idee di Lamarck. L’organizzazione del Museo risente dell’influenza dell’evoluzionismo francese e Giuseppe Genè, pur essendo contrario a Lamarck, conserva la struttura data dal suo predecessore. De Filippi aggiungerà alle raccolte torinesi l’importante sezione di anatomia comparata. Suo successore sarà Michele Lessona (1823-1894).


Negli anni di lavoro presso l’ateneo torinese, De Filippi svolge importanti ricerche di zoologia sistematica, embriologia e anatomia comparata. Compie inoltre lavori pionieristici nel campo dell’ittiologia e, in particolare, della piscicoltura; nel 1859 fonda sul lago di Avigliana, presso Torino, il primo laboratorio di studi ittiogenici, sperimentandovi l’introduzione di nuove specie, come il salmerino, il coregone e il salmone; queste sperimentazioni porteranno all’introduzione di nuove specie nei maggiori laghi del Nord Italia, al fine di promuovere la pesca professionale.


Nel 1862 partecipa ad un’importante missione scientifica e diplomatica in Persia, in compagnia di Michele Lessona e, nel 1865, è il naturalista ufficiale nel famoso viaggio intorno al mondo della “pirocorvetta” Magenta. La partecipazione alla spedizione gli era stata, tra l’altro, consigliata dalle furiose polemiche seguite alle sue decise posizioni in difesa dell’evoluzionismo darwiniano. Nel corso del viaggio è però colpito da un’epatite infettiva; dato l’aggravarsi del suo stato, viene sbarcato a Hong Kong, dove muore nel gennaio del 1867.


Inizialmente De Filippi è fissista e seguace di Cuvier, anche se, soprattutto attraverso la discussione sui Principles of Geology di Lyell, si evidenziano perplessità sul catastrofismo e timide aperture all’evoluzionismo, documentate dal suo opuscolo del 1855, Il diluvio noetico. In questo scritto, l’ostacolo maggiore all’accettazione del nuovo paradigma sembra essere il problema dell’origine dell’uomo: “diremo: che senza esitazione alcuna faremo provenire l’orso comune dall’orso delle caverne, che proviamo una semplice titubanza a riconoscere i mastodonti come antenati degli elefanti, ed una contrarietà decisa e insuperabile a far derivare l’uomo da una scimmia, come pretesero Lamarck e Geoffroy de St. Hilaire, non certo per nobilitarne l’origine”.


Qualche anno dopo è però proprio De Filippi a decidere di sostenere pubblicamente le nuove idee di Darwin, nella famosa lezione, dal titolo L’uomo e le scimie, tenuta a Torino l’11 gennaio 1864. La posizione di De Filippi è molto coraggiosa se, come già è evidente dal titolo, la scelta dell’argomento cardine della conferenza è proprio quello del rapporto di parentela tra l’uomo e le scimmie che, prudetemente, lo stesso Darwin svilupperà solo a partire dal 1871. Anche se la lezione si concludeva, con una certa cautela, riconoscendo la “differenza immensa fra le scimie e l’uomo nel riguardo delle facoltà intellettuali, del senso religioso, della speciale missione”, le parole di De Filippi, prontamente diffuse attraverso svariate edizioni a stampa de L’uomo e le scimie, suscitarono in tutta Italia, soprattutto negli ambienti ecclesiatici e conservatori, una valanga di polemiche che, sicuramente, angustiarono gli ultimi anni della sua vita. Tuttavia, grazie alla sua opera e a quella dei suoi successori (in particolare Michele Lessona), Torino divenne in breve tempo il centro di diffusione in Italia delle idee darwiniane.



William Paget JERVIS (1832-1906).


I decenni tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sono di grande interesse per la storia della scienza: basti pensare al dibattito sull’evoluzionismo, al confronto tra  modelli interpretativi diversi in campo geologico, alle ricerche nel campo della fisica; senza dimenticare che le contrapposizioni politiche e le diverse posizioni filosofiche contribuiscono alla complessità di questo periodo. Anche attraverso la vita e l’opera di un personaggio minore come Jervis è possibile seguire i riflessi di queste grandi rivoluzioni del pensiero scientifico.


William Paget Jervis nacque in India, a Belgaum, nel 1832. Il padre Thomas Best lavorava come cartografo per conto delle autorità britanniche e aveva avuto una buona formazione scientifica, entrando anche in rapporto con personaggi del calibro di M. Faraday e J.F.W. Herschel. William studia prima chimica a Edimburgo, poi mineralogia e geologia alla prestigiosa Royal School of Mines di Londra, specializzandosi infine nei bacini carboniferi del Belgio. Dopo la morte del padre e il trasferimento della famiglia a Napoli, inizia per Jervis un periodo di intense ricerche, viaggi esplorativi, raccolta di materiali attraverso tutta la penisola, la cui straordinaria varietà di conformazioni e fenomeni geologici non poteva non appassionarlo. Durante questo periodo di intensa attività, entra in contatto con i principali esponenti della geologia italiana, in particolare con Arturo Issel (1842-1922) dell’Università di Genova. Dopo aver partecipato (come membro di organizzazioni assistenziali che daranno origine alla Croce Rossa) ad alcuni episodi delle guerre d’indipendenza, si stabilisce definitivamente a Torino, dove svolge la sua attività come conservatore delle collezioni e professore fuori ruolo presso il Regio Museo Industriale, una delle istituzioni che daranno origine, all’inizio del secolo successivo, al Politecnico. Muore a Torino nel 1906.


La bibliografia degli scritti di Jervis è vasta, spaziando dai primi studi sui bacini carboniferi fino alle ricerche sui fenomeni vulcanici e tellurici dell’Italia meridionale. La sua opera più nota sono I Tesori Sotterranei dell’Italia. Il titolo era in realtà molto più lungo e ne sintetizza efficacemente i contenuti: I Tesori Sotterranei d’Italia. Descrizione Topografica e Geologica di tutte le località del Regno d’Italia in cui rinvengosi Minerali, ordinata secondo Bacini Idrografici del Paese: arricchita di Analisi di Minerali impiegati nelle Arti e nelle Industrie, di Considerazioni Economiche, Studi Geologici e nunerose Note su tutti gli Argomenti Collaterali: Repertorio d’Informazioni Utili ad uso delle Amministrazioni Provinciali e Comunali, dei Capitalisti, degli Istituti Tecnici e in genere di tutti i cultori delle Scienze Mineralogiche. La pubblicazione avvenne in quattro parti, per i tipi dell’editore torinese Loescher: nel 1873 la parte dedicata alla Regione delle Alpi , nel 1874 quella relativa alla Regione dell’Appennino e Vulcani attivi e spenti dipendentivi, nel 1881 la Regione delle Isole, per concludersi nel 1889 con una sezione dedicata alla Geologia Economica dell’Italia. Nel frattempo, sempre sullo stesso “stile”, comparvero anche una Guida alle Acque Minerali d’Italia, uno studio sui Combustibili Minerali dell’Italia e un volume dedicato a Dell’Oro in natura.


Come appare chiaro dalla lettura di questi titoli, l’attività di Jervis si rivolse soprattutto alla promozione delle attività economiche e dell’industrialismo, obiettivi perseguiti anche attraverso il suo ruolo di conservatore del Regio Museo Industriale di Torino, dall’anno della fondazione di questa istituzione “politecnica”, nel 1862, fino al suo collocamento a riposo nel 1898. Il merito delle sue opere sta nel loro carattere enciclopedico, nell’accuratezza delle informazioni, nell’individuazione attenta della distribuzione geografica e del carattere mineralogico dei giacimenti, nelle notizie di tipo economico e statistico. Proprio questi caratteri mantengono ancora oggi un certo interesse ai Tesori Sotterranei, tanto da consigliarne la ristampa anastatica in anni recenti.


Questo carattere poco “speculativo” dell’opera di Jervis può forse contribuire a spiegare la sua relativa marginalità rispetto ad un dibattito scientifico particolarmente vivace e, anche, le sue posizioni conservatrici e la sua incapacità di comprendere appieno il significato innovativo delle teorie evoluzionistiche. Il suo è un programma semplice: “La vera scienza consiste nel raccogliere in profusioni i fatti, nel classificarli, nel pesarli, nell’utilizzarli, piuttosto che nel legislare e teorizzare. Le osservazioni e i fatti sono i capisaldi della scienza; le teorie, come il barometro, subiscono inaspettati e sovente repentini turbamenti”. Questo atteggiamento stupisce in uno studioso che sicuramente conosceva i Principi di Geologia di Charles Lyell (che, tra l’altro, fu il primo a interpretare correttamente il bradisismo dell’area flegrea, studiata anche da Jervis) e che aveva rapporti di amicizia con Arturo Issel, uno dei geologi che più favorevolmente guardavano a Darwin.


La posizione di Jervis è, soprattutto nelle ultime opere, ripiegata su posizioni apologetiche e aspramente antievoluzioniste. Soprattutto nello scritto del 1902, La Gloriosa Rivelazione intorno alla Creazione del Mondo. Con importanti dimostrazioni scientifiche poste a fronte delle Sacre Scritture, compaiono le più decise espressioni antidarwiniane. Darwin, secondo Jervis, è reo di sostenere che “gli animali stessi, per scelta propria e naturale, coadiuvata dalla persistenza degli individui più forti, si perfezionarono, si trasformarono fin dal fondo della scala animale… per poter finalmente giungere ad assumere le forme più elevate degli organismi… e, mirabile dictu, fare il salto mortale dal gorilla all’uomo!”. Nella Gloriosa Rivelazione la narrazione si concentra sulla descrizione dei sei giorni della Creazione e raramente si solleva dal seguire pedestremente il racconto biblico, cercando di comunicare al lettore che la geologia è del tutto in armonia con le verità rivelate.


Ma, al di là di questi senili ripiegamenti apologetici, si possono comprendere le posizioni di Jervis a partire da un’altra prospettiva, più direttamente legata al dibattito scientifico della seconda metà dell’Ottocento. Quando Jervis viene al mondo, Darwin è da un anno in viaggio sulla Beagle e ha con sé il primo volume dei Principles of Geology di Lyell, un’opera che non solo ha avuto il merito di aver modificato il corso del pensiero geologico, togliendolo dalle secche del catastrofismo, ma anche di aver introdotto l’idea di tempo illimitato nella storia naturale. Jervis è un geologo e, quando comincia a scrivere, spazio e tempo sono ormai bagaglio della mentalità geologica: una sicura conoscenza dei minerali e delle rocce aveva già posto gli interrogativi e dato le prime risposte alla ricerca della loro origine; una paziente ricerca dei fossili contenuti nelle rocce sedimentarie aveva fatto intravedere la misura del tempo. Un’epoca di colonizzazione, di esplorazione e di viaggi scientifici apriva all’applicazione dei metodi sperimentali le rocce di tutte le latitudini. Con lo sviluppo di questi metodi la storia della Terra arriva ad essere decifrata, descritta e spiegata.  


Il punto di partenza di Jervis non è, in fondo, differente da quello di Darwin, quando quest’ultimo afferma: “Trovo nella geologia un interesse che non viene mai meno; suscita, rispetto a questo mondo , le stesse grandi idee dell’astronomia rispetto all’universo”. Eppure Jervis e Darwin, pur condividendo i presupposti su cui si concepisce la storia della Terra, arrivano a conclusioni opposte sulla storia degli esseri viventi che la popolano. La geologia finisce per spiegare il pensiero evoluzionistico e, nel caso di Jervis, il suo contrario. Per entrambi il maestro è Lyell che, nella sua opera maggiore (Principi di Geologia, o i cambiamenti moderni della Terra e dei suoi abitanti, recita il titolo dell’ultima edizione), pur in una prospettiva ancora gradualista, evidenzia con forza il legame che si deve stabilire tra geologia, paleontologia e biogeografia.


L’impressione che si ha nel leggere i suoi scritti è che Jervis doveva conoscere piuttosto bene la letteratura geologica del suo tempo, vivendo in prima persona un’epoca esaltante per gli studi geologici, e spesso espone le sue opinioni sulla natura della Terra e della sua struttura, sull’orogenesi, sulle supposte relazioni con lo spostamento dell’asse terrestre e su altri temi collegati. Qual è dunque il motivo per cui uno studioso, come Jervis, attento a non cadere nel particolarismo e aperto a considerare aspetti globali, rimane pur tuttavia ostile all’evoluzionismo? La risposta non può limitarsi alla sua fede religiosa, ma va piuttosto cercata nei presupposti cosmologici che affiorano nella sua opera, a partire dai quali il suo antievoluzionismo appare quasi una scelta obbligata. L’adesione incondizionata di Jervis al creazionismo è infatti perfettamente compatibile con il suo modello cosmologico di riferimento, che sembra confermare le critiche all’evoluzionismo  che, nella seconda metà dell’Ottocento, finiscono per offuscare il darwinismo e costringono Lyell a difendersi senza successo dagli attacchi del grande fisico scozzese William Thomson (1824-1907), meglio noto come (Lord) Kelvin e come uno dei padri della termodinamica.


Per i sostenitori del gradualismo sorge infatti un grosso problema: se la vita non è il frutto di una creazione soprannaturale e istantanea, allora i tempi necessari al processo evolutivo, per passare dall’organismo più semplice che si conosca alla moderna diversità di strutture e di forme che vediamo intorno a noi, devono essere stati enormi. Questa convinzione porta inevitabilmente naturalisti evoluzionisti e geologi gradualisti a contrapporsi, cosa inaudita per quei tempi, all’autorità di una delle scienze più antiche e rispettate: la fisica. La polemica divampa dal momento in cui Kelvin calcola la durata della storia della Terra in tempi dell’ordine del centinaio di milioni di anni: un lasso considerrevole dal punto di vista umano, ma assolutamente insufficiente per le ipotesi evoluzionistiche. La previsione corretta risulterà poi essere quella di Darwin (oggi la Terra data 4,5 miliardi di anni) mentre i calcoli di Kelvin saranno del tutto inattendibili perché basati su un meccanismo chimico di produzione dell’energia solare che non permetteva una durata di esistenza del Sole, e di riflesso del nostro pianeta, dell’ordine di grandezza attualmente ritenuto corretto. Kelvin, d’altro canto, non poteva ancora conoscere la fusione nucleare… Ma, intanto, la sua teoria contribuì a ritardare di mezzo secolo l’affermarsi del pensiero evoluzionista e, nel nostro (più modesto) caso, a confermare Jervis nella sua opposizione a Darwin.    



Edoardo ROSTAN (1826-1895).


Promotore e presidente onorario della Società di Studi Valdesi, Edoardo P. Rostan (1826- 1895) esplorò per circa cinquant'anni la flora delle valli pinerolesi, scoprendovi una specie ancora ignota di genziana. La formazione botanica di Rostan si completò nell'anno (1847) trascorso a Ginevra per iniziare gli studi di medicina. Durante questo periodo potè seguire le lezioni di A. De Candolle, rimanendo poi per tutta la vita in stretto contatto con la grande scuola di botanici ginevrini.


Tra i suoi corrispondenti più o meno abituali ricorrono i nomi di Reuter, Autran, Barbey, Leresche, Duby, Boissier, Müller Argovienisis, Burnat e, naturalmente, A. De Candolle. In seguito frequentò a Torino le lezioni di Moris ma, terminata l'Università (si laureerà in Medicina nel 1854), la nuova occupazione e il matrimonio (ebbe undici figli) lo legheranno per il resto della vita alle valli (Villar Pellice, Perrero e S.Germano).


Il teatro delle sue erborizzazioni toccò le Alpi Marittime (soprattutto la regione del Colle di Tenda e la Valle Stura), la Val Varaita, tutto il gruppo del Monviso fino al Moncenisio; in piccola misura le valli di Cogne e di Champorcher. Inizialmente interessato alla floristica, eseguì raccolte vastissime di cui si servì per entrare in contatto con società di scambio in Francia, Svizzera, Germania, Inghilterra, Svezia, oltre naturalmente all'Italia.


A F. Parlatore che gli chiedeva notizie su alcune specie da lui segnalate, Rostan rispondeva il 3 settembre 1871: "Chargé en 1856 de faire une excursion dans les montagnes de Coni par Mrs Boissier et Allioth je leur envoyais une collection des plantes récoltées parmi lesquelles figurait une Gentiana récoltée dans les marais mousseux des environs du sanctuaire de Sant'Anna sus Vinadio le 16 juillet 1856 et que trouvant assez différente de [Gentiana] bavarica j'accompagnais de une étiquette avec Species nova. Quelques temps après Mr Reuter qui détermine plusieurs espèces de Mr Boissier m'écrivit une lettre [...] dans laquelle il me dit que ma Gentiana était une fort bonne espèce [et] que pour m'encourager il nommerait de G. Rostani".


Ormai ben noto nella comunità scientifica italiana Rostan, che nel 1863 ottenne il diploma di membro della Società Italiana di Storia Naturale, ricevette l'anno seguente l'invito di Odoardo Beccari per partecipare al viaggio in Borneo, che avrà luogo effettivamente nell'aprile del 1865 assieme al noto esploratore Giacomo Doria. Questa fu l'occasione che avrebbe potuto cambiare la vita del trentottenne medico piemontese. Tuttavia, di fronte alla prospettiva di una lunga assenza, alle incognite del viaggio, ai legami familiari e alla sua responsabilità di medico, Rostan declinò - possiamo immaginare con quanta amarezza - la proposta. Rimarrà sempre legato alle sue valli e l'unico viaggio che farà a Firenze nel 1874 sarà per partecipare al Congresso internazionale di botanica e, in qualità di giurato, alla contemporanea Esposizione internazionale orticola cui il Parlatore l'aveva espressamente invitato.


Il cruccio di Rostan fu, per tutta la vita, quello di pubblicare una Flora delle Alpi Cozie. Il carteggio che ha in diversi periodi con Reuter, Mattirolo, Cesati, De Candolle e numerosi altri botanici italiani e stranieri menziona sempre più frequentemente, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, l'esistenza di un manoscritto includente tutte le osservazioni e le idee di Edoardo. Esso è presentato ai corrispondenti talvolta come Synopsis Florae Pedemontanae, talaltra come Catalogue de la Flore Cottienne o Prospectus de la Flore Piémontaise: purtroppo di esso non ci è rimasto nulla, mentre sappiamo che l'anno prima della morte Rostan, dopo averlo invano offerto a Belli, botanico torinese, decise di vendere l'erbario con le relative annotazioni ad un corrispondente di Berlino, Rudolph Beyer, con il quale egli aveva erborizzato in anni giovanili nelle valli piemontesi. La condizione di questa cessione era, nelle speranze di Rostan, la pubblicazione postuma del suo lavoro. E' noto che il Beyer, per varie ragioni impossibilitato a portare a termine questo impegno, restituì probabilmente il manoscritto (del quale non è rimasta traccia), mentre forse una piccola parte di exsiccata si trova nell'Erbario del Giardino Botanico di Berlino, salvatasi dall’incendio che lo distrusse nel 1943. Una raccolta didattica, comprendente oltre 2000 fogli con specie di Pteridofite, Gimnosperme e Angiosperme per lo più delle Valli, fu regalata da Rostan al Liceo Valdese di Torre Pellice in occasione delle celebrazioni per il 1889, bicentenario del “Glorioso Rimpatrio”.


Oggi, secondo l'Index Herbariorum (1983) campioni raccolti da Rostan si trovano negli Erbari di Firenze, Berlino, Göteborg, Göttingen, Leiden, Londra, Ginevra, Auckland, Cambridge, Oxford, Manchester, Amherst (Massachussets), Washington, Cardiff, Edimburgo, Parigi, Vienna e Torino: ma ciò rappresenta solo una piccola parte delle spedizioni che Rostan fece alle diverse società di scambio con cui fu in contatto.

In suo ricordo, su iniziativa di David Monnet (suo zio), del botanico ginevrino H. Correvon e della Società di utilità pubblica di S. Germano, nel 1901 fu fondato il giardino botanico “Rostania”, ancora oggi visitabile.


Durante l’anno trascorso a Ginevra per iniziare gli studi di medicina (1847), E. Rostan non perse l’occasione di seguire i corsi tenuti da Alphonse De Candolle (1806-1893), membro di una famiglia che, a cominciare dal padre Augustin Pyramus, ha dato alla botanica quattro generazioni di studiosi di rinomanza internazionale. De Candolle si occupò, tra l’altro, di nomenclatura, redigendo, nel 1867, le Lois de la nomenclature botanique, le prime dopo quelle proposte da Linneo un secolo prima. Ma la sua opera è soprattutto importante per gli studi sulla ripartizione geografica dei vegetali, in cui può essere considerato il vero iniziatore di ricerche sistematiche. La sua Geografia botanica ragionata (1855) è considerata precorritrice della scienza dell’ecologia.


De Candolle entrò in corrispondenza con Darwin, aderendo gradualmente al nuovo paradigma evoluzionistico. Il botanico ginevrino si era a lungo interrogato sulla discontinuità nella distribuzione delle specie, introducendo il tempo come fattore esplicativo. I suoi studi sul popolamento delle isole oceaniche erano stati uno dei punti di riferimento di Darwin, già a partire dal suo viaggio sulla Beagle.


Rostan scrisse ad Alphonse De Candolle non meno di 13 lettere – i cui originali sono conservati a Ginevra – la prima datata 20.1.1861, l’ultima 25.1.1873. Per ragioni non note, le risposte del famoso botanico ginevrino non sono presenti nell’archivio Rostan attualmente nell’archivio della Società di Studi Valdesi a Torre Pellice.


Nella seconda lettera (14.1.1863) Rostan espone alcune considerazioni sul concetto di specie, sulla variabilità in natura e sulle sue cause. “Fino a che punto e per azione di quali circostanze una pianta può modificarsi senza perdere la propria identità specifica?”.  Facendo riferimento ad osservazioni personali effettuate in particolare sui boschi di Querce delle colline e delle montagne delle valli Chisone e Germanasca, egli giungeva alla conclusione che si passa da una specie (Quercus peduncolata delle colline) ad un’altra (Q. sessiliflora delle montagne) per un processo di diffusione controllato da meccanismi selettivi (triage) secondo le idee espresse da Darwin (comme le dit Darwin), sui quali fattori di suolo, clima, umidità avrebbero tuttavia maggiore importanza rispetto a quelli ereditari.


Ricaviamo da queste brevi considerazioni almeno un paio di riflessioni: 1) che il nome di Darwin era noto, nella condotta di Perrero, fin dall’inizio del 1863. Poiché la prima traduzione italiana dell’Origine delle specie è dell’anno dopo, si potrebbe pensare che Rostan fosse venuto a conoscenza di quella, non impeccabile, francese (1862); più probabilmente, all’epoca della lettera a De Candolle, egli era informato in modo approssimativo dell’evoluzionismo darwiniano solo da alcuni parziali resoconti pubblicati in Italia fin dal 1860; 2) in un’epoca in cui la cultura naturalistica italiana era in buona parte sotto l’influenza della “teologia naturale” di matrice anglosassone, Rostan sembra accettare le idee “trasformiste” di Lamarck, attribuendo all’ambiente la forza plastica in grado di modificare le proprietà degli individui, e quindi delle specie. Tuttavia questa “forza” avrebbe agito solo in epoche passate e, “dal momento che l’epoca attuale è stata riconosciuta come invariabile, le specie non possono variare che relativamente e per brevi periodi”.


Il carteggio non ci permette di seguire gli approfondimenti successivi di Rostan su questo argomento. È solo nell’ultima lettera a De Candolle che, in modo piuttosto brusco, egli si dichiara sorpreso del successo di Darwin, “le cui argomentazioni non [mi] piacciono affatto. Senza dubbio bisognerà pubblicare qualche buon lavoro in opposizione a quella teoria”, e chiede a De Candolle qualche indicazione bibliografica contro la Selezione naturale: purtroppo non abbiamo la risposta di colui che Rostan considerava il proprio Maestro, e che – si può presumere – sia stata assai cauta.



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